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Tuesday, March 27th, 2018
9:00 PM
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Si parla ancora troppo poco dello sterminio subito da migliaia di persone solo in ragione del proprio orientamento sessuale. Bent, famosissima pièce dell'inglese Martin Sherman, rappresentata per la prima volta al London’s Royal Court Theatre nel 1979, porta alla ribalta questa pagina di storia così importante, eppure così trascurata, quasi rimossa, ponendoci inoltre inquietanti interrogativi sulla realtà di oggi. Attraverso la storia del giovane Max, il testo racconta l’improvviso e traumatico passaggio da una Berlino relativamente aperta nei confronti dei gay, all’inizio di una durissima repressione e persecuzione (in seguito alla “Notte dei lunghi coltelli” del 1934), che costrinse molti di loro alla fuga o alla detenzione nei campi di concentramento. Nella Berlino del 1934, Max frequenta i cabaret della capitale del Reich e convive con il ballerino Rudy. Dopo l'assassinio brutale, da parte delle SS, di un SA con cui aveva trascorso la notte, Max tenta di fuggire insieme al compagno, fuga che si conclude tragicamente con la morte di Rudy. Max finisce prigioniero a Dachau dove rinnega la sua omosessualità e, fingendosi ebreo, porta la stella gialla al petto. Nel campo incontra Horst, marchiato dal triangolo rosa degli omosessuali: tra i due nasce una storia d’amore delicata, improbabile, disperata. La forza di questo spettacolo sta nel porre l'accento, a tratti anche ironico, sulla capacità di prendere coscienza della propria dignità e sul valore dell'amore in una situazione di completa disumanizzazione.